Vinibuoni d'Italia
IL FASCINO DELLE BOLLICINE
il Lessini Durello

 Duracina, Durasena, ma anche Rabbiosa, Caina e Cagnina: secoli, tradizioni e modi diversi per definire l’uva Durella e  racchiudere con un nome, quasi vezzeggiativo, qualcosa che rimane selvatico, estraneo alla dolcezza del frutto maturo e al profumo soave che resta imprigionato nel grappolo, poi esaltato nella produzione del vino che porta il suo nome: Durello. Il contatto con l’uva Durella è caratteristico, sempre suscita stupore per la forza del suo sapore che va ricercato oltre la buccia coriacea e consistente. La sua particolarità è palese anche nell’aspetto. E’ un’uva bianca, che pur nel pieno della maturazione, facilmente la si può immaginare dorata, con il sole trattenuto tra gli acini di media grandezza e robusti. Invece, mantiene una pigmentazione verdognola, quasi un colore acerbo.

Durella è il vitigno la cui presenza è riscontrata nello Statuto della  Comunità di Costoza datato 1292, come annota l’indimenticabile Fernando Zampiva nel suo lavoro interamente dedicato al “Durello” e, altrettanto puntualmente, indica l’area in cui è presente il vitigno mantenendo la produzione, nonostante nei primi decenni del secolo scorso  si fosse addirittura ipotizzata l’estirpazione  del vitigno Durella. Ha conservato comunque la caratteristica, o se vogliamo, la nomea in Italia di essere un vino strano la cui produzione è localizzata tra Verona e Vicenza. Infatti, l’area in cui l’uva Durella è diffusa comprende  cinque vallate che congiungono  la pianura veneta con il Trentino: la Val d’Illasi, la Val d’Alpone  e la Valle del Chiampo, che fanno parte della Lessinia orientale, cui vanno aggiunte le valli dell’Agno e del Leogra, che hanno come punti di confluenza le Piccole Dolomiti. Le cinque valli sono a cavallo del territorio provinciale di Verona e di Vicenza. Le prime due sono veronesi e le altre sono in territorio vicentino. La caratteristica del terreno collinare, su cui si sviluppa l’uva Durella, indubbiamente influisce in modo rilevante  sulle caratteristiche del prodotto. La composizione geologica rivela l’origine vulcanica con una importante presenza di detriti basaltici in una situazione climatica definibile come clima temperato e umido, con estati piuttosto calde. Il vino che si ricava, secondo la definizione canonica,  viene definito “asciutto, acidulo, di corpo, leggermente tannico, dal profumo vinoso e delicato” e raggiungendo gli undici gradi, gli viene attribuito la qualifica di “superiore”. Il Durello è particolare in ogni suo aspetto, dall’uva fino all’accostamento  in cucina. E’ preferito in abbinamento con cibi forti, quelli tipici della tradizione locale, come ad esempio la soppressa di Valli del Pasubio, con il celeberrimo baccalà alla vicentina e con  le trippe. E ancora, con i funghi chiodini, le noci, il salame ai ferri, il formaggio, le chiocciole o corgnoi, come si dice in area vicentina o bogoni in quella veronese. L’accostamento vede bene il Durello anche con l’anguilla di Comacchio, la trota, e polenta e renga.

Il Durello, grazie alla sua rilevante acidità naturale è molto adatto alla produzione di spumanti, sia con il sistema classico e sia con quello charmat. Questa nuova valorizzazione del vino Durello è piuttosto recente e risale circa ad una cinquantina di anni fa.

Ancora più recente è la produzione di un quantitativo limitato di vino passito ottenuto dall’uva Durella. Gli acini, sono come uno scrigno in cui è custodito l’oro dell’ultimo sole di settembre. Il tocco finale di una armonia di colore e la calda carezza esaltata dall’incontro dell’estate, che ha concluso il suo viaggio, e l’autunno che abbraccia i tralci di Durella. Dopo la vendemmia i grappoli vengono posti in luogo idoneo perché appassiscano per quasi tutto l’inverno, in un tempo tutto dedicato all’esaltazione  dei sui elementi caratteristici, come l’acidità e lo zucchero, perdendo due terzi del peso. Quindi, la pigiatura e la fermentazione, lenta e a temperatura bassa per lunghi e pazienti mesi, durante i quali profumo, amabilità, sapore e colore sprigionano il valore delle cose pregiate.

La collina  è il regno di Durella. Le pieghe del terreno, rimaste dolcemente modellate  dopo antichi sconvolgimenti vulcanici, si vestono di un mantello verde ordinato a onde armoniose, che seguono le modulazioni dei pendii, quasi a rincorrersi nella esposizione in un habitat mite e unico. Pennellate di vigneti che si intrufolano e fanno da trait d’union tra i castelli di Giulietta e Romeo di Montecchio Maggiore, i castelli d’Illasi e di Tregnago e su fino a Bolca, con i suoi preziosi reperti preistorici. E ancora vigneti tra le ville Cordellina di Montecchio e Montorso per disegnare tra Verona e Vicenza, la provincia del Durello.

E’ Durella che intona le stagioni nel paziente susseguirsi del tempo, fino ad arrivare all’esaltazione dei giorni fecondi del raccolto: la vendemmia. Il rito atavico che si celebra prima di consegnare l’ambiente al pittore dell’anno. L’autunno concluderà con lo spettacolo di colori, che proprio a cominciare dalla vite si propaga sui prati, nei boschi, nel concerto della natura con i sempre più prolungati silenzi degli uccelli, che si danno convegno e poi iniziano il loro incredibile viaggio verso le terre del sole. Intanto, proprio quel sole, sempre più rosso, ha depositato i suoi bagliori tra gli acini, accarezzando i grappoli, addolcendo l’aspetto di Durella che, resistente, conserverà anche la sua forza cromatica. Quel sole, il vigore degli acini, con la loro robusta buccia, la linfa antica distillata dal terreno vulcanico e la saggezza serena dell’uomo, con il sapie nte cammino delle stagioni,  si esprimono nell’esaltazione del Durello.

 

 

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