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IVREA TERRA DI CARNEVALE E DI VINI
Un’esperienza unica!

Un’esperienza unica! Ho trascorso un’intera giornata nella cittadina eporediese per ammirare la sfilata dello Storico Carnevale e vivere la famosa Battaglia delle Arance. Un cerimoniale curato nei minimi particolari, dai carri agli gli abiti indossati dai vari figuranti. Prima fra tutti la Mugnaia, l’eroina della festa, il Generale, il Podestà e gli altri personaggi. Nelle piazze, cataste di cassette di arance che regalano  il loro profumo. Nella battaglia il popolo è rappresentato dagli aranceri a piedi sprovvisti di qualsiasi protezione che combatte a colpi di arance contro le armate del feudatario rappresentate dai tiratori, che su carri trainati da splendidi cavalli indossano protezioni che ricordano le antiche armature.

Padrona assoluta del carnevale è la mugnaia, quest’anno rappresentata da Ileana Famiglietti, che ricorda l’atto di ribellione di cui fu protagonista.

Si narra che, secondo l’usanza del tempo, il tiranno, il conte Ranieri di Biandrate, pretendesse di esercitare lo “jus primae noctis”, ovvero di passare con le spose la prima notte di nozze. Questa sorte toccò anche a Violetta, la figlia di un mugnaio, che riuscì a ribellarsi alle pretese del tiranno, mozzandogli la testa con un pugnale nascosto sotto la veste nunziale e poi mostrandola al popolo eporediese raccolto sotto gli spalti del Castellazzo. La Mugnaia scatenò così una rivolta popolare che portò alla distruzione del Castellazzo.

La rievocazione carnevalesca del fatto risale al 1800, quando i vari rioni di Ivrea festeggiavano l’antico evento. Allora il governo napoleonico, sotto il quale era venuta a trovarsi Ivrea, impose di unificare i vari carnevali e fu consentito ad un cittadino eporediese di vestire i panni di Generale dell’esercito napoleonico e di circondarsi di Aiutanti di Campo e Ufficiali di Stato Maggiore.

L’atto conclusivo del Carnevale si celebra con polenta e merluzzo abbondantemente innafiati dai vini del Canavese, di cui Ivrea è capitale.

Così mentre già fervono i preparativi che durano tutto l’anno per l’edizione del 2014, lasciamoci deliziare con tre vini tipici protagonisti e autoctoni dell’area: l’Erbaluce di Caluso, il Passito e il Carema. Il nome dell’Erbaluce nasce dal poetico appellativo latino di "Alba lux" . Diffuse in Piemonte sui laghi di Viverone e di Candia, posti nelle vicinanze di Ivrea, le uve di questo vitigno danno origine non solo ad un bianco secco Doc, ma anche ad un ottimo passito secco e liquoroso e ad un eccellente spumante. Circa centoventi ettari distribuiti in 36 comuni riconosciuti dal disciplinare concorrono alla produzione totale di quest’uva pregiata, che nel 1606 Giovan Battista Croce, gioielliere di sua Altezza il Duca Carlo Emanuele I di Savoia nella sua opera “Della eccellenza et diversità dè vini che nella montagna di Torino si fanno”, stigmatizzava “Erbalus è uva bianca così detta, come Alba luce, perchè biancheggiando risplende: fa li grani rotondi, folti e copiosi, ha il guscio o scorza dura: matura diviene rostita e colorita e si mantiene in su la pianta assai”.

L’Erbaluce vinificato secco si propone con note fresche di fiori selvatici e sentori di fieno tagliato e accompagna bene la fauna lacustre, tra cui la trota, la zuppa di rane con il riso, il tipico salame di patate e maiale (salampatata) e le cipollotte di Ivrea brasate; ma l’eccellenza dell’Erbaluce si ha con l’appassimento delle uve.

La grande predisposizione del vitigno a dare vini passiti è dovuta principalmente alle caratteristiche fisiche dei suoi acini: avere cioé un grappolo spargolo ed una buccia particolarmente consistente, che permettono di prolungare l’appassimento e quindi di attendere l’attacco della muffa nobile, che avviene ad inverno avanzato.

Ancora oggi i locali di appassimento sono situati ai piani superiori delle case agricole, i cosidetti “sulé”, direttamente sotto i coppi.

Alla degustazione, il Caluso Passito ha dalla sua la fragranza dell’uva di origine, che con il passare degli anni si fa sempre più suadente e delicata, aprendosi a sentori di agrumi fino a sfiorare  le sensazioni fascinose della melata di castagne.

Vino da meditazione, il Caluso Passito Doc si piega volentieri ad accompagnare i formaggi erborinati: dal Gorgonzola, al Blu del Moncenisio, al Castelmagno invecchiato. Tra i dolci predilige la pasticceria secca, soprattutto le paste di meliga, i krumiri e i torcetti tipici del Canaveso. Ottimo sulla grande specialità eporediese rappresentata dalla Torta 900.

Infine il grande Nebbiolo del Nord Piemonte, il Carema, che sfoggia un rosso rubino di media intensità capace di esaltare un piatto che interpreta la cucina del Canavese, la tofeia, ma che sa viaggiare spedito con le carni, la selvaggina e i formaggi vecchi.

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